mercoledì 19 gennaio 2011

Vitigni e territori a confronto


E’ giunto il momento di raccontare  un’altra piacevole serata passata tra amici e bicchieri. Questa volta il tema mi era stato suggerito e consigliato da molti assidui frequentatori dei nostri incontri, incuriositi nell’individuare differenze territoriali e stilistiche tra vini derivati dallo stesso vitigno ma di diverse zone vinicole. Va da se che la scelta sia dei vitigni che poi dei vini era infinita, allora prima di impelagarsi in dubbi derivanti da gusti personali, evoluzioni della specie e componenti mistiche, la preferenza è andata sull’ovvio: i bianchi di Borgogna ed i rossi di Bordeaux “contro” gli innumerevoli tentativi di imitazione. Si fa per dire, perché l’imitazione non solo non è mai consigliabile ma nel vino non è nemmeno possibile.

Eccoci allora, i protagonisti della serata sono cinque, tre chardonnay e due uvaggi bordolesi “di lusso”, vale a dire con i due vitigni più pregiati della Gironde, Merlot e Cabernet Sauvignon. I vini sono stati degustati alla cieca, giochino che ha stuzzicato la voglia di indovinare l’etichetta tra la maggior parte dei presenti ma che soprattutto è servito a giudicare i vini senza preconcetti e probabilmente apprezzarne le differenti sfumature in maniera più nitida. Ma andiamoli a vedere da vicino questi protagonisti, partendo con i bianchi.

Il primo vino degustato era il vero outsider della serata, lo Chardonnay Parvus della cantina Alta Alella, una della sette cantine facenti parte della denominazione catalana Alella, piccola zona nei dintorni di Barcellona, a due passi dal mare e contraddistinta da terreni prevalentemente sabbiosi. Il vino in questione, un 2009, affina quattro mesi in barrique ed ha un olfatto fortemente marcato dal legno: tostatura, burro fuso, frutta secca. Solo in seconda battuta vengono fuori note esotiche di ananas e banana, con spunti floreali appena accennati. Il gusto è pieno, vigoroso, morbidezza ed eleganza prevalgono su acidità e struttura, la rotondità del legno ritorna ancora non ben amalgamata nel corpo, seppur non in modo stucchevole. Le note mediterranee aleggiano nel finale, manifestandosi in una delicata sapidità. Un vino moderno, forse anche un po’ troppo ma sicuramente ben fatto, tutto sommato piacevole e versatile negli abbinamenti con preferenza per piatti di pesce anche salsati.

A seguire, abbiamo giocato in casa, per una volta infatti il protagonista è stato un vino del Lazio, il Calanchi di Vaiano 2009  di Paolo e Noemia d’Amico, splendida cantina situata nel cuore della Tuscia, a Castiglione in Teverina, proprio  tra le pittoresche formazioni rocciose, i calanchi, cui questo Chardonnay affinato in acciaio fa omaggio col suo nome. Naso varietale se ce n’è uno, frutta bianca e fiori d’acacia e tanta finezza, con un filo di erbe aromatiche e sfondo appena affumicato. In bocca è il trionfo della mineralità, pungente ed inebriante, grande freschezza e bevibilità da campione. Un vino già pronto ed in rampa di lancio per crescere e sviluppare la sua eleganza nel tempo, di medio corpo, compagno ideale di una bella fettuccina ai porcini ma non lontano dall’essere vino da secondi piatti di carne bianca in cotture anche elaborate. Un sorso chiama l’altro, grande equilibrio e grandi soddisfazioni.

Per il terzo ed ultimo bianco, il nostro viaggio ci ha portato nella madre patria dello Chardonnay, la Borgogna interpretata in questo caso da un parigino col sogno di fare vino, il 36enne Horonce de Beler che ha mollato il suo lavoro sicuro nella capitale per cogliere uva e diventare negociant. Il suo Starterre 2006 è uno Chardonnay lavorato in maniera completamente naturale, compresa raccolta grappoli a cavallo e metodi biodinamici in cantina. E un AOC Bourgogne ma le uve provengono tutte da Saint-Veran. Ha un naso assolutamente particolare, riporta alla terra nel senso stretto del termine, con note di sassi bagnati, acqua piovana, fieno. La frutta è più matura ed il floreale si avvicina ad una sorta di pot-pourri, seppur molto discreto. Nessuna traccia dei 12 mesi di barrique, nemmeno quando si assaggia, con la parte acida che al momento è ancora prevalente sul resto e va in evidenza la naturale struttura ed il gran corpo dello Chardonnay a casa sua. Finale lungo ed invitante, il vino cresce nel bicchiere dopo ogni minuto e sembra voler farsi studiare pian piano, rivelando il suo misterioso fascino. Pur essendo di tre annate più anziano rispetto agli altri, sembra essere il vino che ha più da chiedere al tempo. Una sfida che sarebbe bello giocare di nuovo tra qualche anno.

Dopo questo trittico di bianchi che ha mostrato tre diversi interpretazioni dello Chardonnay, anche i due rossi hanno messo in mostra le sfaccettature della loro terra. Questa volta ad aprire è stato il francese, il Premieres Cotes de Blaye 2007 dello Chateau Mondesir-Gazin, cantina capace di mettere in mostra le caratteristiche di questa microzona del bordolese influenzata dalla presenza dell’estuario del fiume Garonne. I rossi di questa parte di Francia sono a maggioranza Merlot (65% in questo caso) e giocano sull’equilibrio tra potenza ed eleganza. Nel caso di questo 2007 troviamo un naso piuttosto scuro, che vira dalle spezie al cuoio passando per le ciliegie sotto spirito. Una bocca piena, succosa ma dritta, senza compromessi, ancora piuttosto chiusa ed ancorata ad un finale lungo e pulito. Un vino dove la piacioneria del Merlot è messa da parte e si tende invece ad evidenziare la parte più nobile del frutto. Ancora in via di definizione ma già ottimo su piatti a base di agnello, anche il classico al forno con patate.

La rappresentanza italiana dell’uvaggio bordolese non poteva che essere un classico supertuscan anche se fuori dall’èlite dei grandi nomi blasonati. Si tratta di un Bolgheri DOC, lo Zizzolo 2009 della cantina Le Fornacelle di Castagneto Carducci. Anche qui Merlot in maggioranza (60%) ma questa volta interpretato in maniera più solare, dove le sensazioni olfattive di frutti rossi si incrociano ad un’evidente nota salmastra, molto affascinante ed esemplificativa del territorio in questione. La mineralità che approccia la bocca è il proseguo della cartolina dell’Alta Maremma, mentre freschezza ed eleganza del tannino rendono il sorso morbido e di ottima fattura. 6 mesi di legno assolutamente ben gestiti, nessun ritorno vanigliato e buon equilibrio generale. Un vino più sottile del precedente, assolutamente da carne, dall’agnello ad una ricca grigliata.

A chiusura di serata, i doverosi sondaggi sui preferiti hanno visto una certa indecisione nell’assegnare la palma del vincitore. Tra i bianchi la spunta il Calanchi per qualche voto sullo Starterre mentre tra i rossi c’è stato una sostanziale parità. E’ stata una serata utile e divertente ed approfitto per ringraziare ancora una volta tutti gli entusiasti partecipanti. Aspetto quanti di voi potranno venire il 13 febbraio con il nuovo tema che vedrà quattro ottimi formaggi accompagnare altrettanti vini. Salute!

venerdì 14 gennaio 2011

Navarra Rosado Sobre Lias Edicion Gran Feudo 2008 – Bodegas Chivite


Ultimamente mi sono avvicinato in maniera concreta ai vini spagnoli, realtà che fino a poco tempo fa conoscevo più nella teoria che nella pratica. Poi per caso e con colpevole ritardo ho scoperto che le spese di spedizione dalla Spagna all’Italia sono piuttosto basse (non come dalla Francia dove sono proibitive) il che si aggiunge al già ottimo rapporto qualità-prezzo dei vini di questo paese in continua crescita dal punto di vista enologico. Oltre alla Rioja e alla Ribera del Duero, le due denominazioni più famose, ne esistono infatti molte altre dalle mille caratteristiche e che si distinguono per territorio, tradizione e stile.

Pur essendo un paese che ha ottenuto i maggiori successi nel mondo grazie ai suoi vini rossi, la Spagna produce anche molti spumanti (l’industria del Cava supera anche quella dello Champagne numericamente parlando, con picchi di notevole qualità), parecchi bianchi con vitigni locali (su tutti l’Albarino della Galizia) ed internazionali ma anche rosati, che tra l’altro ben si abbinano a molte delizie della loro cucina, dagli splendidi prosciutti passando per la paella o per l’aperitivo con le onnipresenti tapas. Ed è proprio con un rosè che voglio aprire lo spazio ai vini di Spagna in questo blog. Un rosè della Navarra (che ha la sua DO, denominazione di origine) che mi ha favorevolmente colpito.

Anche se conta (o dovrebbe contare) poco o nulla, l’etichetta mi aveva portato a pensare a male. Non tanto per la sua scarna grafica ma per un particolare che mi puzzava di basso marketing, cioè un pallino blu scuro con dentro scritto “buono fino al 2012”. Questa sorta di scadenza non è il massimo, anche se in realtà vuole solo avvisare l’acquirente che questo rosato ha le potenzialità per evolvere almeno un paio d’anni in bottiglia e probabilmente è stato inserito in etichetta con tutte le buone intenzioni. Ma andando oltre questo particolare, ho deciso di aprire il vino e degustarlo insieme ad un primo piatto, un ragù di melanzane con scaglie di ricotta salata, una sorta di Norma riveduta e corretta. Un azzardo con un rosato? vediamo.

Innanzitutto introduco un po’ questo vino, blend di Tempranillo, Grenache e Merlot. Un prodotto abbastanza particolare in quanto, come recita il suo nome, è un rosato che affina sui suoi lieviti per almeno sei mesi, il che contribuisce a dare struttura e complessità gusto-olfattiva. Sono effettuati frequenti batonnage in modo che l’apporto aromatico dei lieviti sia equilibrato ed il vino sosta poi anche quattro mesi in barrique ed altrettanti in bottiglia, per un totale di oltre un anno di riposo prima della sua messa in commercio. Un rosè quindi volutamente sui generis che si annuncia più che un semplice vinello estivo e rinfrescante come molti, dignitosissimi, della sua tipologia. E’ un po’ lo stile della linea Gran Feudo dell’azienda Chivite, edizioni speciali con bottiglie limitate rispetto alla vasta produzione di base per ottenere prodotti di qualità superiore.

Il vino si presenta benissimo all’occhio, so che conta poco ma i rosè sanno essere molto affascinanti quando i loro colori sono così, tra il salmone ed il buccia d’arancio, cristallino ma non forzatamente intenso e lucente, anzi, quasi fiero del suo pallore. L’olfatto è di grande e suggestivo impatto e qui le note dei lieviti fanno la differenza, ricordando, grazie alla famigerata nota di crosta di pane, il naso di alcuni Champagne. Ma questo non fa sì che si perda la gradevolezza e la golosità dei frutti rossi che sembrano espandersi di minuto in minuto, tra fragola e lampone. Questo equilibrio si ripropone in bocca dove il vino brilla per bevibilità: setoso, elegante, morbido e con ottima freschezza. E con una struttura importante che però non compromette la sua leggerezza.

Se ha retto il ragù di melanzane? assolutamente, la sua morbidezza e la sua “fruttosità” hanno ben bilanciato l’acidità del pomodoro mentre il suo bel corpo non lo ha fatto soccombere di fronte alla discreta complessità del piatto. Di sicuro può essere abbinato a tante altre portate, dagli antipasti di salumi ai secondi di pesce o carne bianca, magari con guazzetto di pomodori. E’ un vino versatile a tavola, ben fatto, di estrema godibilità. Un rosato serio, a meno di dieci euro. Da bere e ribere.

mercoledì 12 gennaio 2011

Ferrari Perlè 1997 Sboccatura 2002


Alzi la mano chi non ha mai bevuto un Ferrari nella sua vita. D’altronde è sempre stato e continua ad essere LO spumante per le grandi occasioni dell’italiano medio: si arriva ad una celebrazione con una bottiglia di Ferrari e si fa sempre una gran figura. Non importa che si trovi in ogni supermercato ed in molti alimentari “vecchio stampo” di quartiere, magari a fianco all’insetticida e dietro le Chupa Chups. In fondo la Ferrari produce quattro milioni e settecentomila bottiglie l’anno, una quantità che le aziende di cui parlo solitamente in questo blog non raggiungerebbero nemmeno se sommate tutte insieme e poi moltiplicate per due. Quindi è normale che si trovi ovunque e sono molto bravi alla Ferrari a mantenere il loro nome come emblema di qualità.
C’è anche da dire che uno spumante Ferrari ha un suo stile, è riconoscibile, difficilmente delude al palato ed oltre tutto la nuova generazione della famiglia Lunelli che dal 1952 possiede l’azienda è molto attenta all’impatto aziendale limitando l’utilizzo della chimica e coltiva persino un vigneto di 8 ettari a regime biodinamico. Inoltre come ho già detto in un post precedente la “Riserva del Fondatore”, il loro prodotto di punta, rimane uno tra i migliori metodi classici italiani. Un mito che però l’italiano medio di cui sopra quasi ignora l’esistenza, così come ignora quella degli altri prodotti Ferrari che non siano il classico base da grande distribuzione. E pensare che prima di arrivare al top di gamma ci sono altre etichette dal prezzo non particolarmente proibitivo che farebbero scoprire in un attimo nuovi orizzonti.
Così, con la mia mentalità alquanto prevenuta sulle dispense del prossimo, quando qualche giorno fa in una cena da amici ho visto prendere dal frigo lo spumante ed ho riconosciuto da lontano la classica etichetta Ferrari, ho pensato “siamo alle solite”. Poi quando sono andato a bere ciò che avevo nel bicchiere, qualcosa mi ha colpito: lo spumante era staordinariamente vivo, strutturato, con note di frutta secca e nocciole tostate che ritornavano in bocca con sorprendente intensità accompagnate da una vivacità carbonica per nulla invadente ma molto fine, morbida. Ed infine una sapidità profonda a stemperare qualche nota dolciastra. Incuriosito, mi sono impossessato della bottiglia ed ho visto che stavo bevendo un Perlè del 1997 con sboccatura del 2002!
Il Perlè è il millesimato classico tra i Ferrari, 100% Chardonnay (da poco esiste anche il “Perlè Noir” da solo Pinot Nero) che rimane cinque anni sui lieviti prima di subire la sboccatura ed essere messo in commercio. Praticamente è lo step successivo al base ma la differenza è abissale, molto più di quella del prezzo (il base costa intorno ai 15 ed il Perlè poco meno di trenta ma vale ben più del doppio). Poi c’è la nota impressionante della sua tenuta nel tempo: da una vendemmia di quattordici anni fa ed una sboccatura di otto, abbiamo ancora un vino nel pieno della sua evoluzione, gustoso ed in grande forma. Tutto ciò va a sconfessare per l’ennesima volta l’assioma secondo il quale uno spumante comincia la sua fase calante subito dopo la sua sboccatura. E questo nonostante io abbia dei dubbi serissimi sulle condizioni di mantenimento della bottiglia in questione, che evidentemente ha saputo resistere anche ad eventuali maltrattamenti.
Purtroppo, com’è triste ed inevitabile destino del suo popolare fratello minore, questo Perlè è stato stappato per accompagnare il dessert, il sacrilegio più comune del mondo per tutti gli spumanti. Io invece lo vedrei bene su un primo piatto magari a base di pasta all’uovo, per esempio con salsa di noci e radicchio oppure sulla classica fettuccina ai funghi porcini. Un modo nobile e godereccio per scoprire un Ferrari che con insetticida e Chupa Chups ha ben poco a che fare.

lunedì 10 gennaio 2011

Burro e parmigiano


Essere appassionati di vino porta con se numerosi effetti collaterali, manie, fissazioni. E molte di esse hanno a che fare con la gastronomia. In fondo è inevitabile o quasi, a chi piace bere bene piace anche mangiare bene e quindi scoprire nuovi locali, nuovi prodotti, nuovi piatti. Ed ecco quindi che tutti quelli che negli USA chiamano foodies sperperano in un attimo decine di euro per quel prosciutto particolare, quel sottolio fatto da contadini in un paese sperduto o ancora quel pecorino stagionato che infesterà il frigo nel giro di una notte. Per non parlare di chi, come me, sperimenta in cucina ricette più o meno avventurose, pur non essendo cuoco o non avendo fatto corsi di cucina ma semplicemente mettendoci passione ed una buona dose di nozioni recepite qui e là, magari dalla mamma, da qualche libro o da qualche cuoco televisivo simpatico (lo ammetto, sono un fan di Jamie Oliver).

Bene, oggi voglio rendervi partecipi di una mia scorribanda ai fornelli perché anche se questo blog è sul vino, mi piace andare ogni tanto off-topic. Ma niente paura, niente fusioni molecolari, spume alla liquirizia o gelatine al pepe di Sechuan. Tanto rispetto per chi riesce ad avventurarsi in questo tipo di preparazioni ma io oggi voglio parlare del piatto forse più apparentemente semplice che la cucina italica abbia mai concepito: la pasta burro e parmigiano.

Detta così, lo so, fa venire in mente i giorni di recupero dopo un’influenza intestinale, la cena da preparare quando il frigo è rimasto semi-vuoto o al massimo un pasto da fare quando si vuole rimanere leggeri. In realtà la maggior parte di noi è stato abituato male, malissimo. Burro e parmigiano può essere uno dei condimenti più gustosi e goderecci che esistono. Se solo rivoluzionassimo quello che è il nostro concetto di burro e di parmigiano.

Eh già, il burro che troviamo nella gran parte dei frigoriferi degli italiani, specialmente al centro-sud, è quel burro sbiadito, insapore, conservato in confezioni anonime che non ti fanno nemmeno capire l’origine del prodotto che stai per mangiare. In fondo il burro in Italia non è quasi mai considerato un alimento, al massimo un condimento blando che si usa nei rari casi in cui non usiamo l’olio (che pure trattiamo malissimo ma per quello ci vorrebbe un altro lungo post). Pensare invece che esistono dei burri prelibati, ottenuti da panna freschissima e lavorati da veri e propri artigiani del mondo caseario. E per fare un’ottima pasta burro e parmigiano si deve cominciare proprio con un grande burro. Il mio preferito lo fa Beppino Occelli, nelle Langhe, prodotto apprezzato in tutto il mondo e che ha vinto premi in America ed in Europa. E’ lavorato a mano, è cremoso, leggermente sapido, buonissimo. Il panetto da 250 grammi costa circa 4 euro e si trova nelle migliori gastronomie un po’ dovunque. Se poi non doveste trovarlo, potete prendere un buon burro di Normandia o farvi consigliare dal vostro gastronomo di fiducia: come dicevo prima, in Italia ce ne sono di squisiti.

Poi, il parmigiano. Qui l’argomento potrebbe essere chiuso subito oppure potrebbe rimanere aperto per ore. Fortunatamente in Italia abbiamo varie ottime tipologie di formaggio “grattuggiabile”: dai più comuni Reggiano e Grana passando per altri ben più rari. Non mi va di farla troppo lunga, allora semplicemente suggerisco l’acquisto del vostro preferito a patto che sia di lunga stagionatura (diciamo almeno due anni) e soprattutto che sia selezionato e prodotto con cura. Di nuovo, fidatevi del vostro gastronomo, e non spaventatevi se spendete qualcosa in più rispetto ai parmigiani incellofanati del supermercato: il gusto sarà nettamente diverso e quei pochi euri in più saranno ben spesi.

Ultimo, o sarebbe meglio dire primo ingrediente, la pasta. Ad ognuno il suo formato preferito, personalmente opto per una pasta corta porosa, tipo sedanini, mezzi rigatoni, maccheroncini eccetera. Anche qui quello che veramente conta è la qualità della pasta, un’altra cosa a cui facciamo sempre meno caso. Ci sono tante ottime marche al di fuori del circuito industriale, come Cav. Cocco, Latini, Baule Volante, Gerardo Di Nola, Cavalieri e tante altre. Certo, costeranno un po’ di più, in media circa il doppio delle paste da grande distribuzione. Ma riflettiamo al volo sul costo totale di una porzione di pasta burro e parmigiano con questi ottimi ingredienti: 20 grammi di burro per circa 35 centesimi, 100 grammi di parmigiano per circa 20 centesimi ed un etto di pasta per circa 25 centesimi. Con tutto il consumo del gas forse si arriva ad un euro. Si può fare.

E come farlo? niente di più facile: mentre l’acqua per la pasta bolle, grattuggiate il parmigiano (importante usare parmigiano grattuggiato al momento e non refrigerato già grattuggiato, mi raccomando, perde molto del suo sapore) e poi tagliate il burro a piccoli cubetti o a fiocchi, tenendo tutto in due piatti separati. Quando si scola la pasta dopo averla cotta in acqua leggermente salata (se usate il burro di Normandia, attenzione, di solito è un po’ salato di suo), conservate un bicchiere scarso di acqua di cottura. Gettate la pasta in un’ampia scodella ed immediatamente dopo il burro che col calore della pasta si scioglierà in un attimo. Quindi amalgamate il tutto girandolo con un forchettone e nel frattempo versate a filo un po’ di acqua di cottura in modo che il condimento risulti cremoso. Poi versateci circa 80 grammi del parmigiano continuando a girare in modo da far diventare il condimento un tutt’uno, regolate ancora con un po’ di acqua se risulta troppo fitto ed una volta impiattato versate sopra il resto del parmigiano. A questo punto assaggiate e apprezzate il gusto di ingredienti eccezionali che trasformano un piatto semplice in qualcosa di sublime.

Dovrei chiudere abbinandoci un vino ma non dirò un’etichetta specifica. Però, in onore del territorio da cui viene il mio burro preferito, dico che un vino langarolo quotidiano ce lo vedo molto bene. Allora sotto con un Dolcetto o una Barbera o perché no una bella Freisa. Se poi vi volete sbizzarrire in leggere varianti sulla ricetta, come ad esempio aggiungervi una manciata di pinoli tostati, azzardateci un metodo classico, magari un Blanc de Noirs. E non servirà Benigni per capire che la vita è bella.

martedì 4 gennaio 2011

Sous Les Cailloux Des Grillons 2008 – Clos du Gravillas


Questa è la mia personale sorpresa dell’anno appena conclusosi. Anche se è molto divertente, a me non piace fare le classiche graduatorie finali però nella mente rimane sempre una lista di cose che mi hanno colpito e che in qualche modo hanno lasciato il segno. Ecco, se dovessi fare una sorta di classifica dei miei vini dell’anno, questo ci starebbe sicuramente dentro. Per una serie di motivi.

Il nome è poetico “sotto le pietre i grilli” ed è anche il ritratto impeccabile di quel meraviglioso spicchio di mondo che è la Languedoc, dove il mediterraneo incontra il continente ed i colori sono magici, così come tutto quello a cui fanno da contorno. Il Clos du Gravillas prende il nome dai sassolini che compongono i terreni, rendendoli ricchi di calcio. E’ una piccola azienda di 6 ettari coltivati in agricoltura biologica dalla giovane coppia Nicole e John Bojanowski, i quali si curano dei vigneti dove sono coltivate 13 varietà di uve, una diversità molto comune in questa regione francese. Tutto è fatto nella semplicità più assoluta, l’uva viene addirittura pistata con i piedi ed ogni volenteroso appassionato è ben accetto per contribuire alla pratica.

Le etichette dei loro vini, come i nomi degli stessi, continuano a raccontare quei luoghi, con una mezzaluna come immagine simbolica che conduce a sfumature tra il blu e l’ocra. E’ solo per il vino che vi racconto ora che lo sfondo diventa nero, notturno, forse proprio perché si vuole lasciare un tocco di mistero. “Sous Les Cailloux” è uno dei due soli vini su sette a nascere da un uvaggio. Gli altri mettono in evidenza le caratteristiche dei vitigni locali in purezza, il Carignan, la Grenache, il Moscato ed il raro bianco Terret Gris. Qui invece oltre al Carignanan, vitigno che i Bojanowski puntano a valorizzare, troviamo Syrah, Cabernet Sauvignon, Mourvedre, Counoise, Grenache Noir e persino un tocco di quel Terret Gris, cioè un vitigno bianco su un vino rosso, proprio come nella antica tradizione chiantigiana.

Ne viene fuori un vino dai profumi soavi, frutta che si incrocia ad aria del mediterraneo con toni un filo scuri come la sua etichetta. Quando si gusta è incredibilmente polposo, di bevibilità da manuale con quella mineralità a renderlo vivo ed a bilanciare la bella freschezza. La frutta torna nel finale e richiama una seconda bevuta e chissà quante ancora dopo. Non c’è un vitigno che prevarica sugli altri perché a venire fuori è lo spirito del territorio, forte e semplice. E’ un vino da bere giovane o nei suoi primi anni di vita, uno di quei rossi che leggermente refrigerati possono esser godibili anche d’estate, magari su un barbecue. D’inverno invece lo accosterei ad una bella pasta e fagioli o ad una zuppa di lenticchie, magari accompagnate da un po’ di fette di pane bruscato all’olio extravergine saporito.

Ah, dimenticavo, il prezzo: questa bella bottiglia sta intorno agli 11 euro nelle nostre enoteche. Dire che ha un buon rapporto qualità-prezzo è eufemistico, così come per tutti gli altri vini di questa azienda, compreso il loro Carignan in purezza “Lo Vielh” del quale vengono prodotte solo tremila bottiglie. La denominazione è Vin de Pays des Cotes de Brian, praticamente una nicchia nella nicchia. Non lasciateveli sfuggire.