lunedì 20 ottobre 2014

Il Rosso di Rabasco in Bag in Box

Senza troppi giri di parole, non facciamo finta di niente: quando bisogna offrire vino a tanta gente, molti dei quali non badano troppo a cosa effettivamente finirà nel bicchiere, vengono le paranoie ad avvicinarsi alla propria scorta personale, piccola o grande che sia. Non per snobismo ma perchè stappare bottiglie non necessariamente care ma magari agognate, ricercate, volute e finalmente trovate per una platea che non l'apprezza sa un pò di spreco. E sprecare di questi tempi non è proprio consigliabile.

L'occasione delicata si è presentata pochi giorni fa, per un festeggiamento con numerosi invitati che giustamente si aspettavano da bere. E se evitare le bottiglie del cuore è il primo passo, il secondo è quello più difficile: trovare un vino che vada bene ma che allo stesso tempo non sia la solita dama industriale non identificata, capace solo ed esclusivamente di riempire la pancia di alcool e la testa di solforosa. Insomma, la missione era trovare un vino che avesse incontrato il mio gusto ed il mio approccio etico alle necessità quantitative ed economiche che una festa impone.


Difficile? Pensavo di si, invece grazie a varie segnalazioni di amici enotecari, ho scoperto che più di una cantina che apprezzo produce sfuso o bag-in-box di vino base che non viene commercializzato in bottiglia. E dal panorama più ampio del previsto ho selezionato un rosso che pensavo potesse star bene con la canonica brace: il Montepulciano d'Abruzzo di Rabasco, in bag in box da 5 litri a circa 15 euro.

Rabasco è una piccolissima realtà artigianale in quel di Pianella, in provincia di Pescara, ed il loro Montepulciano imbottigliato, sia rosso che rosato, rappresenta al massimo la territorialità e l'asprezza delle vigne abruzzesi, con tanta personalità nonostante la scelta, in parte forzata dalle solite leggi assurde, di non entrare in nessuna denominazione. La versione "festaiola", che in realtà può essere adattata tranquillamente all'utilizzo quotidiano, del loro rosso da Montepulciano svolge la sua funzione in maniera egregia. La beva irrefrenabile e piacevolissima sembra renderlo un vino da zero pretese invece la sua spiccata progressione olfattiva, dalla frutta fresca al sottobosco arrivando persino a note selvatiche, e la sua profondità di sapori, con inaspettata sapidità, ne fa un perfetto compagno per svariati pasti. Rustico e contadino nelle migliori accezioni di questi termini, questo rosso, come tutti i vini di Rabasco, non ha solfiti aggiunti ed è vinificato con i propri lieviti.

Naturalità e gusto si abbracciano e fanno abbracciare tutti i festaioli, molti dei quali mi hanno fatto notare come anche il classico bicchiere di troppo che quando si brinda ci sta eccome, non gli abbia dato per niente alla testa. E 5 litri finiscono molto molto ma in fretta.....

giovedì 16 ottobre 2014

Charmille Blanc 2012 - Domaine de Malavieille

Charmille Blanc 2012 - Domaine de Malavieille

In nessuna cosa come nel vino la tipologia che preferisco varia così spesso. E nei miei gusti ondivaghi ed umorali ultimamente trovano poco spazio i vini bianchi “da tutti i giorni”. Al contrario di quello che avviene con i rossi, per i quali faccio molta fatica ad aver voglia di bere una bottiglia importante, tendo invece a stancarmi presto del bianco che non abbia quel bagaglio di importanza derivato da territorio e blasone. Può sembrare un discorso snob ma invece è tutto il contrario: ho come l’impressione che certi bianchi facili vogliano troppo spesso sembrare quello che non sono, trovare quella profondità e quella muscolarità non supportate dal giusto corpo, a scapito di piacevolezza e facilità di beva.



Eppure la mia indole mi porta a cercare quei bianchi, anche perché un bianco senza pretese ma ben fatto è quello che più amo abbinare ai pasti e che più mi mette di buon umore. E allora nelle mie ricerche, tra parecchi risultati deludenti, è finalmente arrivata una bottiglia che mi ha fatto chiudere il pranzo col sorriso: lo Charmille Blanc del Domaine de Malavieille.


Lo so, siamo di nuovo in Francia. Non me ne vogliate se i vini di cui parlo con entusiasmo sono quasi sempre francesi. Non che io mi senta in colpa per questo, tanto meno penso che non esistano vini italiani buoni. Se mi sento di chiedere scusa è perché la reperibilità di molti di questi vini è scarsa o assente fuori dalla Francia, anche se è pur vero che oggi con Internet tutto è acquistabile ovunque. Ma arriviamo al protagonista della questione, il vino appunto. Lo Charmille è uno dei bianchi base del Domaine de Malavieille, cantina situata nell’Herault, zona nobile del meridione francese, resa nota soprattutto dal Domaine de Mas Gassac. Come da tradizione per una zona che prende un po’ dalla Provenza, un po’ dalla confinante Spagna e un po’ dai non lontani Rodano e Bordelais, qui i bianchi si vinificano spesso in uvaggio, e dentro si trova un mix delle regione citate: Sauvignon, Vermentino, Chardonnay, Viognier, Carignan Blanc e l’autoctono Terret Bourret. Inevitabili i profumi varietali dei semiaromatici, ben presente la nota minerale così come la freschezza. Ciò che impressiona è la capacità di non stancare, da appena aperto fino all’ultimo. Non è poderoso (ci mancherebbe) ma pur nella sua pulizia non è il classico vino precisino da aperitivo a bordo piscina. Eppure potrebbe piacere anche a chi lo vuole usare in quel modo. Per non parlare di chi vuole abbinarlo a frutti di mare e primi di pesce delicati.




Da vigneti biodinamici, produzione 18/35 hl per ettaro, utilizzo di lieviti esclusivamente autoctoni, vinificazione classica in bianco. Prezzo straordinario per chi ha la possibilità di farselo spedire: meno di 6 euro a bottiglia. Da tenerne casse in cantina così da aprirne uno ad ogni evenienza.

domenica 25 novembre 2012

Le Rouge Qui Tache 2009 - Chateau Lassolle

Tanti i motivi di curiosità per questo "vin nature" prodotto nel Sud Ovest della Francia. Innanzitutto, il vitigno: si chiama Auboriou, praticamente un unicum, riscoperto dai piccoli vignaioli della zona. Poi l'azienda, uno "chateau" sui generis che è già una sorta di icona nell'ambito della viticoltura naturale e non solo. Infine, il concetto dietro questo vino, facente parte di una linea "senza fronzoli" contraddistinta da etichette disegnate e che comprende anche "Le Blanc Qui Tente" e "Le Rosè Qui Touche".


Tutto farebbe pensare ad un rosso semplice e beverino, da merenda. Ma già all'apertura si rimane spiazzati. Il vino è di un rubino scuro, pieno, ricorda quasi un Malbec. L'olfatto non raggiunge livelli spaziali di complessità ma è molto, molto intenso. Arriva al naso parecchia frutta fresca, rossa e di bosco, nitido il sentore di fragoline. Poi si alternano tratti solari e scie cupe, dalla macchia mediterranea fino a sfumature selvatiche. Sorprende la materia in bocca, il vino infatti è grasso ed avvolgente, di bella acidità e con un filo molto sottile di carbonica residua nel retrogusto che ne accentua la godibilità. Si apre del tutto con molta calma, anche al terzo o quarto bicchiere, quindi aprirlo con anticipo può solo fargli del bene.

Carattere inconfondibile ed assoluta versatilità in abbinamento, per quanto sembra chiamare una bella grigliata. Consigliabile a chi cerca un rosso non pesante ma non vuole rinunciare alla sostanza. Intorno agli 8 euro in Francia, circa 15 da noi.

Rosso dei Colli Trevigiani - Costadilà

Il mio primo impatto con Costadilà, avvenuto qualche anno fa in una fiera di vini naturali, non fu esaltante. Il loro banco era appariscente e pieno di orpelli colorati, gli addetti erano vestiti in modo bizzarro, le etichette delle bottiglie ricordavano opere di arte contemporanea. Insomma, tutto mi sembrava architettato per attirare  attenzione, che non sarebbe stato un peccato mortale se solo il loro unico vino all'epoca presentato, il Prosecco, non mi convinse per niente: lo trovai statico, piatto, dal sapore mal definito. 



Sono passati quasi tre anni da quell'occasione, ed i vini di Costadilà li ho riassaggiati spesso e dico con gioia che il mio pensiero è completamente cambiato. I loro Prosecchi (nel frattempo le etichette dedicate a questo vitigno sono diventate tre, differenziate dall'altitudine delle vigne) sono tra i migliori esempi di vini frizzanti rifermentati in bottiglia e non solo hanno avvicinato i maestri del genere ma rischiano concretamente di averli anche superati. Pochi giorni fa ho avuto modo di provare per la prima volta il loro Rosso dei Colli Trevigiani, ottenuto da Marzemino e Merlot. Anche questo vino rifermenta in bottiglia ma a dispetto dell'indicazione "frizzante" in etichetta, ha in realtà una vivacità molto contenuta e trovo perfetta la definizione data dalla casa come "vino irrequieto". Rimane certamente un rosso da bere fresco (non freddo). E' senza spuma, di un bel rubino scuro, con sensazioni di frutto e di vigna. Piacevolezza e carattere al palato, dove la discreta acidità si fonde alla schiettezza vinosa ed alla morbidezza data presumibilmente dal Merlot. 

E' un rosso da pizza bianca e salumi, da zuppe di farro, da bollito. Un inno alla convivialità, senza chimica e senza solfiti. Tra gli otto ed i dieci euro in enoteca, autentico "best buy".

sabato 24 novembre 2012

Crèmant du Jura Le Combe Rotalier - Jean Francois Ganevat


Uno dei miei tanti deboli nel mondo del vino sono i crèmant francesi. Perché nel paese dello Champagne produrre spumanti in altre regioni è sempre visto come un ripiego, un qualcosa destinato al consumo locale in alternativa ai vini fermi. E certe passioni mi affascinano, mi attira la tigna dei vignaioli che mettono anima e corpo per la produzione di bottiglie che hanno poco mercato e che vengono vendute a prezzi irrisori in confronto ai grandi Champagne.



Lo Jura poi è una regione vinicola già di nicchia, dove i bianchi sono ostici, i rossi fatti con vitigni sconosciuti ai più (trousseau, poulsard, belle cose da scoprire) ed il top si raggiunge con le ossidazioni estreme dei fantastici “vin de paille”. Ecco perché un Crèmant du Jura avrà sempre le mie simpatie e raramente sarà assente nella mia cantinetta. Quando poi è fatto in maniera seria e genuina come nel caso del Combe Rotalier di Jean Francois Ganevat, la soddisfazione è doppia. Lieviti indigeni, niente o poca solforosa, dosaggio quasi zero, questo crèmant punta decisamente sulla facilità di beva senza trascurare la sua identità. Fine ed elegante nel suo aspetto corredato di silenziosa effervescenza, ha un olfatto che oscilla tra frutta secca e composta di mele con un nonsochè di terroso che fa da sfondo ad una personalità tutta sua fatta di lime e fiori di montagna. Seppur esile, mostra al gusta una bella intensità con ritorno coerente delle note olfattive, su tutte il lime. Va giù come l’acqua e la descrizione “vin joyeux” gli calza a pennello visto anche il suo piacevolissimo finale.

Dall’aperitivo ai pranzi di pesce e per tutti i momenti di festa. Meno di 15 euro, un affare per un metodo classico, ma è il prezzo francese. In Italia non è ancora distribuito.

Sancerre Les Monts Damnès 2004 - Pascal Cotat


Ogni volta che apro un vino con qualche annetto sulle spalle, ho il timore di trovare tappo disintegrato, ossidazione, disastri organolettici. La mia è una cantinetta da camera la cui amorosa attenzione a lei dedicata non rende comunque ideale per lunghi affinamenti. Per questo a volta anticipo l’apertura di qualche anno: meglio bere il vino un po’ prima del suo ipotetico zenit invece che buttarlo nel lavandino perché andato.



La premessa era dovuta perché questo Monts Damnès 2004 di Pascal Cotat poteva crescere ancora. Ma vi dico una cosa: se ne avete una bottiglia in casa, apritela e godetevela. Ed il discorso vale anche per chi si dichiara poco amante del Sauvignon Blanc. In questo vino, non filtrato e non trattato, non troverete le esagerazioni olfattive di questo vitigno spesso frequenti in interpretazioni provenienti da territori poveri di materia o di storia. Qui siamo su un registro di infinita eleganza, dettata da note balsamiche e spunti minerali, dove il varietale si esprime con sentori erbacei delicati e di frutta bianca, fondendosi ad una lieve sensazione affumicata. Morbido ed avvolgente al gusto, con un’impressionante e rara capacità di assorbire la freschezza nel suo carattere profondamente tipico di questa terra chiamata Sancerre ed in particolare di questo cru noto come Monts Damnès. Mai stancante nonostante la sua complessità, importante e pieno a fronte di un’alcolicità contenuta (12.5%).

Una delle più grandi espressioni di Sauvignon, uno dei migliori bianchi da bere su un pranzo impegnativo. Tra i 35 ed i 40 euro in Italia, intorno ai 25 in Francia. Li vale tutti.

sabato 31 marzo 2012

Resoconti dal Veneto 2012


Le fiere venete del vino sono terminate ed io sono di ritorno dalla consueta full immersion tra stand e vignaioli, stanco ma soddisfatto per avere definito un quadro più o meno generale del panorama enologico che più mi interessa, cioè quello legato all’espressione reale del territorio e della tradizione. Quest’anno gli appuntamenti canonici con i vini cosiddetti naturali si sono arricchiti di un padiglione dedicato nell’ambito del Vinitaly rendendo così obbliagtoria una tappa nella mega-kermesse veronese alla quale venivano preferite già da qualche anno le manifestazioni di Cerea (Viniveri) e Villa Favorita (VinNatur). Inutile sottolineare ancora quest’ennesima divisione di cui tanto si è discusso ma non fa male ricordare che i tre diversi luoghi degli eventi, non necessariamente ben collegati fra di loro, hanno costretto molti appassionati a tour de force con conseguente esborso economico. Fortunatamente ho notato l’esistenza di parecchia solidarietà e collaborazione tra il pubblico assetato di vino naturale, con passaggi dati anche a sconosciuti, organizzazione di viaggi all’impronta, cessione di ingressi extra appartenenti ai forfait dell’ultim’ora. Ma buona volontà a parte, sarebbe molto meno problematico organizzare il tutto a distanze più concentrate, se proprio non si riesce a mettersi d’accordo per stare tutti insieme.

Questa volta non parlerò di quali vini mi abbiano colpito, o meglio prometto di farlo man mano, analizzando meglio i prodotti che per me sono entusiasmanti. Mi limiterò dicendo che il livello dei vini veramente naturali è piuttosto alto e noto con piacere che molti vignaioli continuano a crescere di annata in annata, senza pensare di essere arrivati. Ormai si può tranquillamente dire che i vini naturali sono “vini” a tutti gli effetti ed i riconoscimenti olfattivi e gustativi vanno ben oltre le “puzzette” o l’eccesso di acidità volatile. Sono tanti i vini che dimostrano come tutti i preconcetti ed i miti su un certo tipo di viticoltura siano ormai parte di un linguaggio critico prevenuto e/o poco informato. A Cerea, Villa Favorita ed al Vivit, ho bevuto vini naturali esili e grassi, di pronta beva e da invecchiamento, profumatissimi e chiusi, facili ed estremi, da tutto pasto e da conversazione. Ne ho bevuti anche di insignificanti e di inespressivi, di piacioni e di esageratament forzati. Ma vi assicuro che una volta entrati in questo mondo, che per me è il mondo che più appartiene al vino, ci rende conto di quanto la realtà convenzionale sia banale e piatta. I lieviti selezionati, l’abbondanza di solforosa, determinate pratiche di vigna e di cantina rendono i vini “dell’industria” (oltre che potenzialmente nocivi) una copia l’un dell’altro con modifiche secondo il target che all’etichetta si pone. Le eccezioni ci sono. Ma sono poche. Perché il vino è un alimento che si gusta prim’ancora di essere degustato, ed il gusto non mente. Bisogna solo allenarlo un po’.

Detto delle tante cose buone e delle emozioni vissute assaggiando e scambiando opinioni, riscontrando la disponibilità, la simpatia e l’onestà dei tanti produttori presenti, ecco invece una lista di ciò che mi ha reso perplesso:

Le cinque cose che non mi sono piaciute delle fiere venete sul vino

1)      La spocchia di certi viticultori i quali, barricati dietro le loro certezze assolute, guardano il resto del mondo dall’alto in basso, ti danno confidenza solo se sei loro amico (o forse loro cliente), reputano i vini degli altri veleno e nel 99% dei casi fanno pagare i loro uno sproposito. Questa singolare forma di snobbismo non è altro che la trasportazione nel mondo del vino del radical-chiccismo più infido, perché messo in atto da chi si  maschera da pseudo-contadino anarchico e ribelle e cattura magari l’attenzione dell’appassionato che si fida delle apparenze. Devo dire che i casi del genere purtroppo stanno aumentando e non vorrei che questa via sia percorsa da altri vignaioli che credendosi arrivati si permettono di far superare la loro passione dalla loro presunzione.

2)      La stasi della produzione laziale nell’ambito della naturalità reale. Il Lazio è una delle regioni in cui ultimamente fioccano le certificazioni biologiche ma quasi nessuna di queste rispecchia poi una produzione veramente naturale. La differenza tra biologico industriale e biologico artigianale è un tema troppo lungo da poter toccare nell’ambito di questo post ma certamente nella nostra regione l’artigianato in ambito vinicolo deve affrontare ancora molti, troppi ostacoli. A Cerea erano presenti quattro produttori laziali (uno dei quali – le Suore Trappiste di Vitorchiano – è in realta un progetto curato e seguito da Paolo Bea dall’Umbria), a Vivit uno e a Villa Favorita zero spaccato. In compenso nel padiglione del Lazio del Vinitaly (sempre più desolante) c’era il consorzio delle aziende vinicole bio, i cui vini sono però indistinguibili da quelli di agricoltura convenzionale. Un peccato perché il nostro terroir permetterebbe una viticoltura naturale di ottimo livello. Invece lieviti selezionati, chiarifiche e concentrazioni la fanno ancora da padroni.

3)      La confusione nei criteri di selezione delle aziende aderenti ai vari gruppi. Se vado ad una fiera del vino naturale vorrei trovare vini che, con le loro differenti personalità, rispecchino una viticoltura e delle pratiche di cantina ben identificate da dei protocolli, siano essi legali od etici. Invece noto che qualche produttore che sale sul carrozzone dei naturali viene accettato ed inserito nell’ambito delle manifestazioni, pur non rispettando determinati criteri fondamentali per farne parte. Detto per inciso, per me naturale non significa solo avere una certificazione, quello è solo un primo eventuale passo. Sappiamo tutti che l’essere etichettati bio in Italia non è sufficiente a garantire un vino veramente sano (oltre che ovviamente, buono).  Separarsi dai produttori convenzionali dovrebbe essere un modo per far capire al consumatore la vera differenza tra il gusto del vino “vero” e quello “industriale”. Una maggiore attenzione nella selezione non può che aiutare questi gruppi, i cui scopi sono nobili e che comunque per fortuna sono ancora in gran parte raggiunti.

4)      La difficoltà per raggiungere Villa Favorita per chi non è in macchina. Su questo punto torno perché mi sembra un tema largamente sottovalutato dai dibattiti e dalle discussioni sugli eventi. Villa Favorita è un luogo fantastico, con un panorama mozzafiato ed un’atmosfera d’altri tempi, molto adatta tra l’altro ad entrare in contatto con i vignaioli. Però è sperduto tra i vigneti del Gambellara, è a quasi 10km dalla stazione più vicina, Montebello Vicentino, servita poco e male dai servizi regionali. Di pomeriggio la navetta per tornare dalla villa alla stazione c’è ma chi arriva la mattina col treno farà meglio ad affrontare la scarpinata perché la prima navetta arriva (forse) intorno a mezzogiorno. Gli organizzatori dovrebbero sapere che l’evento attira molti visitatori che si spostano da altre parti d’Italia ed il treno è il mezzo più gettonato, specialmente per chi viene da lontano. Inoltre, visto che la manifestazione si svolge in semi-coincidenza col Vinitaly, molti alloggiano a Verona o dintorni e con i mezzi pubblici i due luoghi sono collegati piuttosto male. Insomma, se proprio si vuole mantenere la location suggestiva, si faccia in modo di dare una mano a chi non guida o non ha un mezzo proprio a disposizione. Non tutti riescono ad ottenere passaggi o ad avere la forza fisica di camminare a lungo sotto il sole.



5)      La scelta del gruppo Vivit di andare al Vinitaly. Lo premetto, non sono uno di quelli che si è scagliato preventivamente contro questa decisione, anche se creare l’ulteriore divisione mi sembrava alquanto inutile. Capisco le esigenze di tutti ed in fondo questi eventi servono ai piccoli produttori molto più che ai grandi, quindi avere a disposizione un pubblico più vasto, quello del Vinitaly, è economicamente comprensibile. Quello che non mi è piaciuto è il modo in cui è stato gestito il tutto all’interno del circo veronese: una sala angusta, con i produttori assiepati l’un l’altro, spazi strettissimi per gli avventori, attese all’ingresso per avere un (pessimo) bicchiere pulito, il dover sgomitare con i gruppetti di avvinazzati che sono purtroppo molto frequenti tra i padiglioni della Fiera di Verona in questo periodo. Tutto ciò ovviamente va a discapito della comunicazione col produttore e rende molto più asettico il contatto con i suoi vini, spesso gustati in fretta e furia in mezzo a nugoli di braccia. Aggiungo poi che chi, come il sottoscritto, avesse deciso di andare al Vinitaly quasi esclusivamente per il Vivit, era comunque costretto a pagare le 50 euro dell’ingresso giornaliero. Ovviamente tutto questo non è colpa dei produttori ma quando si è deciso di andare lì, certe cose potevano essere facilmente intuibili. Speriamo in un miglioramento nell’anno venturo.